Tomorrow’s pop is being realized today on small decentralized record labels

distribuzione musicale

Tomorrow’s pop is being realized today on small decentralized record labels

Tomorrow’s pop is being realized today on small decentralized record labels*

Subterranean Pop #1, Bruce Pavitt, 1980

 

La produzione e la distribuzione musicale è ormai, da anni, entrata in un ciclo continuo di mutamento ed adattamento, tanto che il concetto di etichetta discografica, potrebbe sembrare superato. Tuttavia, almeno qui in Italia, stiamo assistendo ad un proliferare di nuove etichette, per buona parte come deriva della nuova categorizzazione assunta dai generi pop e cantautorale nel cosiddetto indie. Una revisione di un genere estranea alle categorizzazione dell’indie almeno per come era venuto fuori tra gli anni 80 e 90 in Inghilterra e Stati Uniti (Rough Trade e Sub Pop, possono essere due esempi rappresentativi delle due decadi) e che indicava le etichette, indipendenti dai grandi gruppi discografici e che hanno rappresentato un modello più sostenibile e credibile rispetto alle major, almeno sino all’avvento del formato mp3 e di Internet.

Dall’avvento di Napster (1999), una delle prime piattaforme peer to peer per scaricare mp3, è accaduto tutto ed il contrario di tutto. La musica divenne improvvisamente libera di essere scaricata da Internet e con l’aggiunta della possibilità di accesso ad un catalogo immenso ed in continua crescita. La reazione dei grandi gruppi discografici fu di difesa dei loro interessi con aspre battaglie legali ed il tentativo di bloccare la duplicazione dei cd da cui i file mp3 venivano estratti.

Queste azioni risvegliarono il dibattito sul diritto d’autore, sulle società che lo controllano e sulle opere di dominio pubblico dando lo spunto alla creazione di Creative Commons nel 2001 e delle sue licenze che definirono un modo semplice (rispetto ai lunghi codici del diritto d’autore) e standardizzato per comunicare quali siano i diritti di un’opera. Creative Commons nasce a Mountain View nella Silicon Valley, che non per solo il luogo del capitalismo tecnologico. Google, Apple e Facebook ne sono state le evoluzioni su un fronte, ma dall’altro se n’è sviluppato uno molto più variegato e più aperto che nasce molti anni prima. La Free Software Foundation fu fondata nel 1985 come baluardo di tutela degli aspetti legali e politici dei software liberi, da cui derivano le licenze copyleft alla base del sistema operativo Linux ed indirettamente ha posto le basi a Wikipedia ed allo stesso Creative Commons. Il dibattito legale sul diritto d’autore è strettamente legate alle evoluzioni tecnologiche che sono sempre più fondamentali nei meccanismi musicali.

Da un lato il bittorrent (protocollo di scambio dati tra computer) evolve le reti peer to peer non solo come interconnessioni tra computer, ma anche di persone e di appassionati di musica che in questo modo non hanno più bisogno di un negozio di dischi o di un’etichetta discografica. Dall’altro lato, la comparsa dei primi ed ibridi social network, come Myspace che rendono pubblica questa rete di appassionati e creano un contatto diretto non mediato tra musicisti e fan. A quel punto, sembrava non ci fosse più un futuro per il modello discografico tradizionale, ma nonostante ulteriori rivoluzioni (Spotify, in particolare) e probabilmente grazie alla resilienza, le etichette come entità hanno resistito, imparando ad adattarsi all’evoluzione dei mercati, dei gusti, dei trend.

 

Oggi stiamo assistendo ad una seconda ed inaspettata vita per il vinile (rappresenta il 16% dei supporti fisici venduti), seppur abbia più un valore di oggetto, perché è lo streaming a dominare il mercato (si contano attualmente 350 milioni di profili attivi a pagamento attraverso le principali piattaforme). Non ci sono mai stati così tanti ascoltatori di musica come oggi, soprattutto perché la musica è ovunque, da Youtube, ai Social Media, ai videogiochi, nei luoghi pubblici di passaggio… Perchè è libera (ha un costo di utilizzo irrisorio, rispetto al passato) ed è quasi definibile come un bene comune seppur per chi la produce non se ne vedono dei risultati tangibili. In questo, la musica non è diversa dagli altri settori, dove si abbassano il più possibile i costi di produzione al fine di renderli accessibili a tutti (fast fashion docet).

 

Per i musicisti e per chi lavora nella musica, uno dei pochi modelli che stava funzionando (in linea generale) era la musica dal vivo, questo fino all’avvento delle misure di distanziamento sociale della primavera 2020. L’interconnessione sempre più forte tra pubblico e musicisti ha reso l’esperienza del concerto il culmine emozionale per uno, ed economico per l’altro. Questo era funzionale per una band emergente e soprattutto per chi aveva raggiunto un certo grado di successo. Il lockdown è stato un altro spartiacque, lo streaming è diventato il mezzo omnicomprensivo del nostro intrattenimento e non: concerti, lezioni, compleanni…

Per la gioia delle aziende tecnologiche e sui dolori dei lavoratori, nel nostro caso dell’indotto della musica dal vivo. Siamo ancora nella bufera e non è facile capire dove finiremo, per il momento lo streaming è il nostro presente, non è chiaro se sia sostenibile, ma forse non lo era nemmeno la musica dal vivo. Forse la radice delle difficoltà del settore musica, sta nel non porsi troppe domande in termini economici ed etici ? La musica è emozionale e ci sprona a buttarci a capofitto in progetti, che spesso non sono sostenibili, ma è la passione a guidarci: forse abbiamo gli occhi coperti ? È possibile, però è anche vero che il rock’n’roll ci aiuta a fuggire, ad essere liberi… seppur ci auto castighiamo con la morale, perché nel 2020 ci stupiamo che una domanda del genere sia normale “Ah, fai il musicista ? Ma in realtà che lavoro fai ?”.

Ok, c’è tanto da fare, a partire da noi, di fronte allo specchio, alla mattina (Husker Du) seppur molto sia stato fatto rispetto al passato. Occorre rileggere una parte del modello delle etichette indipendenti che con passione si prendono cura dei musicisti. L’aiuto dovrà essere reciproco (un mutuo soccorso ? un dialogo ?) per ricercare nuove dinamiche che possano essere sostenibili per tutti. Perchè, se anche volessimo appoggiarci a modelli di successo:

“The artists today that are making it realize that it’s about creating a continuous engagement with their fans.” Daniel Ek – Spotify

Mi sembra che si stia andando oltre i confini della musica e dell’essere musicisti. Il rock’n’roll ha davvero bisogno di questo ? In quello scenario, tutto si riassume in numeri, big data, statistiche ed analisi, così non può che aumentare la distanza dalla purezza e dall’essenza della musica, a meno che non volessimo iniziare a delegare anche la produzione dei brani all’intelligenza artificiale (si può già fare) ?

Aldilà dei grandi numeri e per chi vuole stare con i piedi per terra (prima di spiccare il volo, occorre essere in grado di stare ben saldi sul terreno) sappiamo molto bene che i musicisti necessitano di un ecosistema in cui svilupparsi, evolversi, raggiungere un pubblico. Un’etichetta discografica (o una sua versione contemporanea) dovrebbe essere uno dei capisaldi di questo ecosistema, come piattaforma di supporto e di relazione nel definire nuovi possibilità e che in parte esistono già, dalla sincronizzazione per film e videogiochi, ai progetti site specific… E’ cambiato il modo ed il tempo in cui fruiamo della musica, ma ne va migliorato il valore, per chi la produce ma anche per chi la ascolta.

La musica non sta in un mondo a parte, idilliaco, estatico e fuori dalle regole dove l’erba è verde e le ragazze sono carine (…). La musica è parte della nostra quotidianità ed in molti casi migliora le nostre giornate e questo andrebbe riconosciuto a chi la crea, la diffonde. Fare il musicista, gestire un’etichetta, fare il fonico, organizzare un concerto è lavoro, oltre che il frutto di una passione. Ci stiamo abituando (non senza difficoltà) ad una maggiore consapevolezza di quello che mangiamo (su come viene prodotto…), dovremo farlo in molti altri aspetti del nostro vivere, per noi e per gli altri. Potremmo farlo anche con la musica ?

Nel nostro piccolo (we’re just, a minor threat) crediamo nel potenziale delle comunità, delle relazioni e della musica che crea coesione e fa incontrare le persone, le fa interagire: i fan di una band o di un genere musicale… Una comunità è anche un’etichetta discografica, che si forma attorno ad un’idea, ad una visione, ad una particolare percezione per un genere musicale… quello che un tempo (all’apice delle etichette indipendenti) aggregava e fidelizzava gli ascoltatori.

Oggi c’è molta frammentazione, ci sono tante e piccole etichette con buone idee, ma faticano a raggiungere un proprio pubblico e mantenerlo. La tecnologia ha rivoluzionato sia il meccanismo della musica che le nostre potenzialità creative rendendoci più indipendenti ma così stiamo finendo ad isolarci di fronte ad un monitor che emette segnali di vanità e poco altro. Occorre tenere a mente e diffondere il senso aggregativo che la musica ha in se.