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Lungi da me

Lungi da me

Le aggregazioni sono state e saranno sempre funzionali, vitali. Le fanzine ai tempi del ciclostile erano mezzi di comunicazione e di coesione per molti. Oggi al tempo dei byte e nell’esperienza di Lungidame, questa esperienza si conferma e diventa un mezzo ed un luogo di interazione a più livelli a partire dalla parola scritta e disegnata.

LD: Quando è nata la fanzine?

LDM: Il numero zero di Lungidame è uscito nell’inverno del 2015. Ottantacinque pagine che sarebbero diventate un buon canovaccio di prova soprattutto per noi improvvisati editori. Era tutto da inventare, dallo stile all’impaginazione, dagli argomenti al modo di veicolarli. Avevamo l’idea di creare uno spazio bianco fruibile a una collettività di persone e abbiamo cercato di coinvolgere scrittori e illustratori che avessero voglia di condividere le loro storie. Molte di queste persone collaborano ancora con noi e tante altre si sono unite nel corso dei numeri seguenti. Cinque anni dopo, potremmo dire che Lungidame è diventata una tribù di idee poliedriche, uno spazio cartaceo facilmente accessibile, attraversato da storie raccontate e dipinte nelle forme più disparate.

LD: A vostro vedere, c’è un’unicità una peculiarità in quello che fate?

LDM: Lungidame conserva una preziosa unicità, lo abbiamo realizzato sfogliando quelle prime 85 pagine stampate, mentre lei si svelava davanti ai nostri occhi come una creatura altra e indipendente. Lo rivediamo ogni volta che un numero è impaginato, ogni storia prende il suo posto e si allunga verso altre storie. Ce ne accorgiamo vedendo quante persone in tutti questi anni continuano a partecipare e soprattutto si sentono partecipi di questo progetto.
L’unicità di Lungidame è proprio quella di aprirsi alla molteplicità. Di argomenti, di persone, di storie. Ed è ogni volta incredibile constatare come riesca a dipingere una storia collettiva più ampia e profonda di ogni singola pagina che la componga.

LD: Che cosa vi ha portato all’idea di mettere in piedi la fanzine?

LDM: L’idea era quella di provare a concretizzare uno spazio su carta libero e accessibile, ma non sapevamo come poterlo realizzare nel panorama che ci circondava e ci circonda. L’evoluzione ha lasciato spazio alla nuova umanità, i “nativi digitali”, l’informazione e l’urgenza comunicativa sono risucchiati dalla velocità del web e spesso gli strumenti di scambio di una collettività sono impastati dai social. In questo panorama è certamente controcorrente stampare su carta.
Sapevamo che dovevamo elaborare delle peculiarità affinché Lungidame prendesse forma e avesse dei contenuti interessanti e veicolabili all’interno dell’epoca che viviamo. Ci siamo ispirati alle fanzine punk che eravamo abituati a sfogliare durante i concerti, ma, in un processo a ritroso, abbiamo rinunciato all’urgenza comunicativa che le nutriva, scegliendo invece di aprirci a molte voci e molte idee e creando un luogo più adatto a svariati tipi di riflessioni. È stata una necessità riflettere sul come – volto a marginare il rischio più grave, quello di relegare Lugidame a un progetto anacronistico.

LD: Come vedete il futuro prossimo? I termini indipendenza, DIY, hanno ancora un valore o è il tempo di aggiornarli e a quali secondo voi ?

LDM: È un amore profondo che nutre le nostre pratiche di autodeterminazione e che dona un valore molto più prezioso di quello monetario alle cose che facciamo.
Eravamo già affini alla sigla DIY in campo musicale, trasferire questa esperienza nell’editoria è un esperimento che ci sta arricchendo molto. Credo che le autoproduzioni avranno un ruolo chiave nel futuro, soprattutto nella costruzione di politiche volte alla pluralità, che in qualche modo sperimenteranno nuovi immaginari percorribili e validi in contrasto al mondo capitalistico e verticale che ci circonda. In questo senso l’autoproduzione editoriale sarà sempre più indispensabile per proporre un’alternativa indipendente della narrazione che ci riguarda. Le controculture conservano un’anima ribelle ma spesso si sono trovate digerite e museificate dal metabolismo del macrosistema. Dovremo avere molta cura di quell’anima ribelle e trovare nuovi modi di raccontarci e rivendicare il potere infinito di scrivere noi la nostra storia.



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