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Intervista a Vollmer Records

Intervista a Vollmer Records

La provincia di Cuneo è la più estesa del paese, non a caso è denominata Granda e tra i suoi confini la tradizione musicale svolta spesso verso la fuga in suoni che arrivano da lontano.

Sui generi noise rock e post punk c’è una tradizione, in continuo rinnovamento da almeno una ventina d’anni, attraverso una cura quasi artigianale. Uno degli attuali riferimenti è Vollmer Industries, con cui abbiamo fatto quattro chiacchiere.

LD: Quando è nata l’etichetta / fanzine ?
VI: Le Vollmer Industries sono nate nell’inverno del 2013 dall’idea di due amici attivi nella scena indipendente della provincia di Cuneo e principalmente per fornire un supporto più strutturato alla rete di band locali.

LD: Che cosa ti ha portato all’idea di metterla in piedi ?
VI: Io e Francesco (il socio col quale ho condiviso la gestione dell’etichetta fino al 2016) abbiamo bazzicato nell’ambiente musicale del cuneese per molto tempo, rispettivamente come chitarrista in diversi progetti e tecnico del suono, e dopo aver lavorato assieme ad alcuni dischi abbiamo deciso di formalizzare la nostra collaborazione decennale in qualcosa di concreto da proporre alle band a noi più vicine e non solo.

L’idea di base era molto semplice (e molto simile a quella di tante etichette della nostra portata), ovvero di supportare le band che stimavamo e con le quali condividevamo etica ed estetica musicale aiutandole a gestire quegli aspetti della produzione ai quali potevamo contribuire, e cercare di amplificarne la visibilità.

Inizialmente si è trattato di concordare una sorta di ‘pacchetto’ che comprendesse una serie di servizi come ad esempio la possibilità di realizzare pre-produzioni, registrare materiale col Wherever Recording (lo studio mobile di Francesco), creare artwork per dischi e merch, etc, il tutto ad un prezzo agevolato per rientrare con le spese o semplicemente in cambio di copie fisiche del prodotto finale. Col passare del tempo e il moltiplicarsi delle richieste di co-produzione a livello nazionale e talvolta internazionale, questo approccio diretto ha parzialmente ceduto il passo ad un modo un po’ più impersonale di gestire i rapporti con le band, che ha previsto un supporto monetario in cambio di copie e distribuzione mediante distro e online.

LD: A tuo vedere, c’e’ un’unicità, una peculiarità in quello che fai ?
VI: Sull’onda dell’idealismo che mi ha spinto ad imbarcarmi in quest’avventura – seppur con i miei tempi e con i miei sbagli – direi che all’inizio l’unicità del progetto stava nella sua ‘genuinità di provincia e nei suoi intenti puri’, ma direi una banalità, considerato il gigantesco panorama di diy label italiano e internazionale degli ultimi 40 anni. Ok, ho contribuito e tutt’ora contribuisco a supportare band e generi di nicchia e faccio circolare copie di dischi che un ascoltatore qualsiasi dovrebbe prima scovare e poi comprare online.

Questo fa della mia label un caso unico nel suo genere? Direi di no, e senza falsa modestia: non è stata e non sarà la prima o l’ultima etichetta a muoversi in questo modo e con questi obiettivi, e la cosa andrà avanti finché avrò la passione e la pazienza di portarla avanti. Per questo considero le Vollmer Industries alla stregua di molte – se non tutte – sue ‘simili’, ovvero un progetto personale semi-amatoriale che condivide fasi di gestazione, nascita, sviluppo, visibilità (e probabilmente anche declino/collasso) identiche a quelle di tante altre etichette con cui negli anni ho collaborato e collaborerò. Di certo preferisco rapportarmi direttamente con le band, incontrando i musicisti per confrontarmi con loro e scambiare idee, tanto più quando sono band che conosco personalmente, e per questo ho sempre dato la precedenza a progetti provenienti dal nord-ovest e in particolare dal cuneese o dal torinese.

Questa localizzazione geografica potrebbe essere un altro tratto distintivo, ma non posso dire di essermi concentrato su una ‘scena’ nello specifico, anche perché non mi è mai piaciuto parlare di ‘scena’ dalle mie parti per una questione di eterogeneità di stili e generi, sebbene sappia che in giro per l’Italia spesso si associa la provincia di Cuneo ad un modo di produrre musica estremamente rumoroso.
Penso che oggi l’anima delle Vollmer stia più che mai nell’approccio down-to-earth e do-it-yourself che ho cercato di mantenere sia per scelta etica che per limiti tecnico/logistici: superato lo slancio più idealista dei primi tempi è sopraggiunta la necessaria consapevolezza dei limiti, e meno male. Dopotutto sono solo un appassionato, non un professionista del settore dal cui operato dipende la sopravvivenza, ed è bene che non mi dimentichi della differenza tra un ruolo e l’altro. Negli anni ho capito che preferisco molto di più lavorare dietro le quinte e soprattutto rimanere coi piedi per terra, senza mai promettere più di quanto possa garantire.

M’è sempre piaciuto dare una mano dove posso e senza mai esagerare, e nel corso degli anni questa tendenza si è tradotta in azioni semplici e concrete piuttosto che in tante parole, come realizzare una grafica per una t-shirt o una copertina, dare suggerimenti sugli arrangiamenti/soluzioni di un disco, fornire/prestare strumentazione per una registrazione, organizzare date, piccoli eventi, o più semplicemente essere presente, ‘esserci’. Credo sia questo il tratto distintivo della mia piccola realtà, ma forse questo aspetto – e sottolineo ‘forse’ – lo possono cogliere solo le persone con le quali ho collaborato strettamente e con le quali ho condiviso la mia visione.

LD: Come vedi il futuro prossimo ? …I termini, indipendenza e diy (ad esempio), hanno ancora un valore o è il tempo di aggiornarli ed a quali, secondo te ?
VI: Ho sempre considerato l’aggettivo ‘indipendente’ come ambiguo, come una definizione che distorce la realtà dei fatti. Cosa vuol dire oggi ‘indipendente’? Indipendente da chi, da cosa? Per me la parola ‘indipendente’ rimane una ‘definizione-contenitore’ utile per raggruppare una serie di realtà musicali e distinguerle dalle grosse case discografiche e distribuzioni, ma concretamente è priva di significato, anzi, addirittura falsa. Avrebbe più senso parlare di ‘autoproduzione’ nei contesti in cui ci muoviamo sia come musicisti che come proto-produttori, perché se da una parte è vero che si è costretti a rimboccarsi le maniche per fare uscire un disco e lo si fa ad iniziativa e spese proprie, raramente questo processo viene eseguito in totale autonomia, e per una lunga lista di problematiche, come la mancanza di soldi, mezzi ed esperienza.

Non a caso è molto facile imbattersi in co-produzioni tra etichette che in maniera più o meno esplicita si ‘consorziano’ per far uscire un disco, e dove talvolta – ma non sempre – a ciascuna è affidato un preciso aspetto della produzione.

Le Vollmer Industries possono essere considerate una label indipendente per la musica che supportano e fanno girare, ma non potranno mai esserlo sul versante pratico e logistico. Anzi. Sono rare le etichette delle nostre dimensioni che non si appoggiano ad esterni per garantire un servizio che non sia il semplice finanziamento in cambio di copie. Uffici stampa, grafici free-lance, studi di registrazione – tanto per fare un esempio – sono al 90% entità (anche giustamente) slegate dall’universo delle label e dell’autoproduzione, e si trovano a collaborare a distanza senza però essere sotto un unico nome. Ben venga, anche perché a questo compromesso ci siamo adattati un po’ tutti per forza di cose, ma l’indie label dei miei sogni dovrebbe essere una realtà capace di curare un’uscita in tutte le sue fasi, con i propri mezzi e capacità e pur senza avere i soldi e il giro di una major. Ovviamente una visione utopica per la quale ci sarebbe bisogno un’equipe di professionisti specializzati in ogni singolo settore che lavorano assieme per un unico fine ultimo, cosa impensabile sotto un punta di vista pratico e soprattutto remunerativo al giorno d’oggi. Figuriamoci se a tirare avanti la baracca nove su dieci ci sono singoli individui con expertise limitato che si sbattono principalmente per passione.

Poi per carità, tutto quello che si riesce a fare di questi tempi in cui ogni mezzo è buono per autoprodursi e farsi conoscere (possibilmente senza svenarsi) è grasso che cola. Ma di certo oggi il valore e l’utilità della label per come molti ultra-trentenni come me sono abituati a intenderla si va un po’ a perdere. In un contesto di smaterializzazione dei supporti musicali e di visibilità mediatica basata su likes piuttosto che su distro, concerti e vendite (covid e lockdown a parte), basta davvero avere un bel logo e cinquanta euro di paghetta della nonna da investire nel disco del vicino di casa per diventare tutti dei potenziali produttori. Ma anche in questo caso: meglio autoproduzioni del genere che non uscire per niente.
Il diy invece è un concetto/approccio in cui mi rispecchio molto e che continuerò ad appoggiare e promuovere.

Credo profondamente nello spirito di iniziativa che anima le persone appassionate. Senza un sano stimolo a creare ciò che si desidera ma non si ha, intere scene non sarebbero mai esistite, tanto per fare un esempio. Ma a questo spirito di intraprendenza ho comunque aggiunto la mia dose di realismo, che per fortuna o purtroppo non mi ha mai fatto ‘pisciare fuori dalla tazza’, questo non vuol dire però che non abbia osato di tanto in tanto o non mi sia rimesso in discussione più volte. L’ideale rimane per me quello di darsi da fare sempre, sporcarsi le mani, e soffiare sulla fiamma perché non si spenga.