Intervista a Deca

Nel contesto de La Distro, la figura di Deca, al secolo Federico De Caroli, è una testimonianza importante sull’evoluzione della discografia, dai floridi tempi degli anni 80, sino al delineare il presente – futuro. E’ stata una delle prima persone con cui ci siamo confrontati in merito al tema: come si può essere d’aiuto oggi ai musicisti, nel 2020.

Il suo profilo artistico come compositore è variegato e con una discografia in costante crescita.

 

LD: Quando hai iniziato a produrre dischi ed in che modo?

D: Ho avuto la fortuna di essere pubblicato in giovane età da un’etichetta indipendente che, ascoltati i miei demo di musica elettronica casalinga, mi propose di realizzare in un vero studio un vero disco. Era il 1986, avevo 22 anni e – pur con tutte le ingenuità e l’inesperienza – uscii col mio primo LP ufficiale “Alkaid”, un’opera chiaramente ispirata dagli artisti che all’epoca per me erano un punto di riferimento: Jean Michel Jarre, Vangelis, Pink Floyd per citarne alcuni. Fui recensito subito sulla storica rivista Ciao 2001, una roba da fantascienza, per me.

 

 

LD: Il momento in cui sei entrato nella discografia (pubblicando i primi dischi), fare un disco era una delle poche possibilità o ce ne erano anche altre ?

 

D: A metà degli anni ’80 i musicisti, le band che volevano mettere nero su bianco i loro pezzi potevano fare solo due cose: un demo su nastro o un disco in vinile. Due step molto diversi, anche se spesso consequenziali, con costi e modalità ovviamente molto diversi. Autoprodursi era la cosa più semplice, anche per realizzare un 45 giri o un LP. Ma il nodo cruciale era comunque la distribuzione, perché fare ascoltare a qualcuno la tua musica su un supporto fisico significava darglielo o spedirglielo. Non parliamo poi di venderlo… Solo con un’etichetta, anche piccola, alle spalle e un’adeguata capillare attenzione di fanzine e riviste riuscivi a creare un certo flusso di distribuzione.

 

 

LD: Oggi, nel 2020, prediligi la produzione di un album nel formato tradizionale o sei propenso al digitale (streaming, etc.) ?

 

D: Dipende dal tipo di lavoro, di progetto. La mia discografia a partire dal 2000 ha iniziato ad avere modalità di produzione e distribuzione più variegate a seconda della tipologia di edizione e dell’ascoltatore a cui sono indirizzate. Gli album ufficiali solitamente escono in formato CD, per un discorso di tirature, di rapporto tiratura/spesa e anche praticità di distribuzione. Parallelamente il mercato del vinile ha ripreso quota e alcuni miei vecchi demo inediti, nonché i miei primissimi album sono stati proposti proprio in vinile, con edizioni particolarmente curate e rivolte a un pubblico più collezionista, più esigente. Ma ci sono anche state ristampe su cassetta e produzioni esclusivamente digitali. Peraltro, grazie al mio attuale editore che ha una rete di distribuzione internazionale ho messo svariati miei lavori inediti nel catalogo digitale di label come EMI e APM Music.

 

LD: A tuo vedere, quali sono le peculiarità di fare, stampare un disco ? E che tipo di mercato / opportunità vedi nel concreto ?

 

D: Credo che alcuni generi musicali non possano prescindere dall’attenzione per un pubblico più desideroso di avere un rapporto fisico e filologico con il disco vero e proprio. Al di là di fattori strettamente qualitativi del suono, il ritorno del vinile ha segnato il consolidarsi di un mercato che soddisfa molti palati. E che dà modo di fruire di un’opera con un approccio più completo. Il digitale frammenta e decontestualizza l’insieme di un progetto. La gente ascolta e scarica i singoli pezzi, spesso senza sapere da che album sono tratti, di che periodo sono. Il disco fisico oltre ad offrire il gusto di un oggetto tangibile, racchiude tutto un progetto.

 


LD: Ed in merito al futuro come la vedi? …I termini indipendenza, do it yourself, hanno ancora un significato?

 

D: Come accade anche nella scena editoriale letteraria, autoprodursi resta una scelta spesso oggetto di discriminazioni, spesso malvista, perché avere alle spalle un grosso editore viene considerato da molti come una garanzia di qualità globale. Il che a mio avviso non è vero. Ho letto romanzi realizzati col self-publishing che sono tra le cose più belle che abbia mai letto (e di libri ne ho letti tantissimi) così come ho ascoltato album autoprodotti che sono capolavori. Lo stesso discorso vale anche per gli editori stessi, ovvero le etichette discografiche. Le produzioni di molte piccole label indipendenti, quasi artigianali, tarate su dimensioni e parametri più contenuti, più personalizzati, a mio avviso offre un livello qualitativo migliore, più mirato, più accurato. E questo vale soprattutto per la musica di specifici filoni che ormai il mercato mainstream ignora da anni e ormai nemmeno conosce più. Il web, ovviamente, facilita e snellisce il processo di distribuzione e divulgazione.